Cronistoria di una fine annunciata..

Quando ancora non possedevo un velocipede a motore, ero solita usare mezzi di trasporto pubblici. Mi spostavo per la città eterna utilizzando ora questo ora quell’autobus, tram e quanto di più veloce delle mie gambe, trascorrendo la maggior parte del tempo a respirare aria rarefatta di gente di ogni ceto sociale, razza e religione.
Questa fantastica e memorabile esperienza era inframmezzata da lunghe attese sulle panchine. Un pò di riposo finalmente dopo tutte quelle lapdance sull’autobus. Un riposo spesso troppo lungo però. E allora giù lì nelle posizioni più strane, su panchine pressocchè prive di schienale o divelte in qualche loro parte o semplicemente molto scomode, da principessa sul pisello favolistica.

C’è la posizione del sacco vuoto. Spalle cadenti a gruccetta, sguardo appannato che scruta l’infinito, gambe incrociate giusto per non perdere l’equilibro. I pensieri si rincorrono ma nessuno raggiunge l’unico neurone sveglio e attivo che è rimasto. Se è mattina presto o sera tardi, si aggiungono sbadigli da ippopotamo che scoperchiano la testa ad ogni apertura e fanno grondare lacrime da Titanic anche al più disilluso.
C’è la posizione del gobbo. Consiste nel rilassamento della colonna vertebrale che spinge il capo verso il basso, imitando un pilates da quattro soldi di una palestra casalinga. Se assunta dal 1° al 15° giorno del mese è accompagnata da un mucolitico palloncino al bordo della narice sinistra, che stantuffa aria, ad attestare una levataccia mattutina. Se dal 16° giorno in poi si affianca a braccia conserte e ad una certa leggerezza di portafoglio che mistifica una pezza cucita sul didietro che fa tanto hyppie.
C’è la posizione dello spiaggiante. Viso rivolto verso il sole, spalle che eludono il baricentro e si spostano dietro, braccia che sorreggono il busto con i palmi sul limite della panchina. Se ciò accade alle 7 di mattina quando il sole sta al bar, potrebbe essere frainteso per una personalità borderline a quel punto meglio fare la vaga e far finta di aver guardato quel mangnifico palazzo di fronte, dal taglio partenopeo con i mutandoni stesi e il colore nero fuliggine che fa tanto supercalifragilistichespiralitoso.
C’è la posizione della diva. Corpo proteso verso sinistra o destra, a seconda dello spazio, palmo poggiato di piatto sulla panchina e per voler strafare gambe raccolte di lato a simulare una certa dimestichezza con l’esercizio addominale. La suddetta posizione esige una spiccata estrosità che spesso si trasforma in strafottenza allorquando ti si pari davanti una signora dal peso consistente che lamenti un doloroso nervo sciatico a causa del cambiamento delle condizioni climatiche. Qui comincia la querelle. Lo strabismo di Venere di te che hai trovato la panchina per prima e quandotericapita e la boteriana donna che per inspiegabili ragioni ambisce alla tua stessa panchina. Anche se ce ne sono tante altre, lei desidera la tua, ma tu potresti avere un attacco di dissenteria su quella panchina, dei figli, invecchiare, ma mai nella vita la lasceresti per un principio che non vuoi scoprire ma che sicuramente c’è.
C’è la posizione del cowboy. A cavalcioni. Under 16 di norma, per le signorine quando il pudore delle gambe chiuse è un concetto ancora astratto. Se invece fosse over 16 sarebbe negligenza e dunque passibile di pena. Attività clientelari in luogni pubblici o aperti al pubblico sono sanzionati per legge.
E su queste panchine ti passa la vita davanti.
Mi ricordo quando a Parigi, ancora molto giovane, dritta su di una panchina, posizione della sentinella, tutto mi sembrava diverso. Forse perchè lì i mezzi passano più spesso e sono puntuali, non so, forse perchè la giovinezza ti fa dominare castelli di carta, dove hai una tv lcd da 40″, l’idromassaggio e il frigo sempre stracolmo, un buon lavoro e una pensione..  ma credevo ancora di spaccare il mondo.
Ora che il mondo mi sta spaccando, sono contenta di aver acquistato un velocipede, quanto meno non trascorro più tanto tempo su di una panchina se non in pausa pranzo.
Ora, in sella al mio bolide, mi limito a pensare a quanti avi deceduti possa aver avuto chi mi taglia la strada e se è giusto o no che io paghi una multa per vitiperio se l’auto che mi precede dimentica delle simpatiche frecce di cui è dotata e inchioda all’improvviso sulla mia traiettoria.
Lì capisci che di membri questa società ne ha tanti, ma molti escono proprio fallati.

(di Ladonnacheparlavaaicavalli)

Cronistoria di una fine annunciata..ultima modifica: 2008-10-14T12:04:00+02:00da il_cercat0re
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